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66 ANNI VISSUTTI IN BRASILE

1948 a 2015
Narrativa Autobiografica di Emigrato Lucano a Rio de Janeiro






La partenza
Il dieci settembre del 1948, arrivai in Brasile, trasformando un sogno d’infanzia in realtà. Questo sogno di bambino nacque durante la seconda guerra mondiale quando le mie due nonne, Francesca e Giuseppina, che all'inizio del secolo scorso avevano vissuto in Brasile, rispettivamente a Manaus e a Salvador di Bahia, sedute intorno al camino del focolare, durante le lunghe e fredde serate d'inverno, mi parlavano delle storie di un meraviglioso “nuovo mondo” che si trovava al di là del tramonto del sole e che, per arrivarci, si sarebbero dovuti attraversare grandi mari.
La descrizione delle immense foreste, degli indiani che l’abitavano, i giganteschi serpenti, le scimmie piccole e grandi, i frutti prelibati, gli uccelli di tutti i colori e anche quelli parlanti, i fiumi immensi come il mare e il clima tropicale col grande sole, crearono nella mia immaginazione di bambino visioni fantastiche e l’ansia di diventare un giorno adulto per poter conoscere quel mondo affascinante colorato di sogni.

Il viaggio
Il mio sogno si avverò, e prima che divenissi adulto, a causa della crisi economica che affliggeva l'Italia dopo la seconda guerra mondiale e che costrinse mio padre nell'agosto del 1946 a emigrare in Brasile, in cerca di lavoro e di fortuna e di un futuro più dignitoso e promettente per la sua famiglia. In Italia sembrava che questo non fosse più possibile. Dopo 2 anni dal suo arrivo in Brasile, affermatosi come meccanico, con alcune economie fatte, affittò una modesta abitazione e ci “chiamò” in Brasile, me, mia madre e mia sorella. Fu esattamente l’8 agosto 1948 che lasciammo il porto di Napoli, a bordo della nave brasiliana, “Raul Soares”, diretti a Rio de Janeiro, come ho detto insieme a mia madre e mia sorella. Per arrivare in Brasile ci vollero 33 giorni di viaggio e tante emozioni. Avevo poco più di 13 anni e mia sorella appena 7. Era la prima volta che facevamo un viaggio: prima il treno, poi la vista di una grande città, Napoli, il mare, la nave e il fantastico viaggio nell’immenso Oceano Atlantico, rimasto per sei giorni in preda a forte tempesta, tutto proprio come narravano le nonne... E quasi alla fine del viaggio, il dramma vissuto quando la nave fece scalo a Salvador di Bahia per lo sbarco di alcuni passeggeri.





Avevamo il permesso di quattro ore per chi volesse visitare la città. Mia mamma mi consentì di scendere, perché ero accompagnato da due nostri compaesani, emigranti anch’essi.
L’impatto emotivo con la terra brasiliana fu grande. Salvador era un città sorprendente con la sua architettura, le sue vie, la sua gente, i costumi... Roba mai vista e immaginata. Per somma sorpresa c’era anche una fiera sulla via con delle baracche nelle quali era esposta tutta quella frutta che da noi, al paese, non c’era, e poi uccelli bellissimi, anche quelli che parlavano, e tante altre cose curiose da guardare...
Di fronte a tutte queste novità infatti mi incantai. Anche i miei accompagnatori erano meravigliati e guardavano. Eravamo nel paese delle meraviglie, dimentichi di tutto. A un certo punto ci accorgemmo che le quattro ore disponibili erano passate da un pezzo e, allora, di corsa e in affanno ritornammo al porto, ma la nave non c’era più. Ciò che ci era capitato era una disavventura, ma io non me ne rendevo conto. Ero felice e basta. I miei amici erano disperati. Non sapevamo che eravamo già ricercati della polizia marittima, allertata dal comandante della nave. Quelli della polizia avevano ordine che appena ci avrebbero trovati dovevano condurci in motoscafo fino alla nave.
Intanto, a bordo, mia madre stava facendo succedere la rivoluzione. Una volta recuperati e giunti, sulla nave salimmo con una scaletta di corda, sotto lo sguardo attento e ansioso di tutto l’equipaggio e dei passeggeri, che, appena messi noi i piedi a bordo, ci accolsero con un lungo e fragoroso applauso.
Mia madre ancora tutta agitata e allo stesso tempo felice ed emozionata perché tutto si era risolto per il meglio, invece di abbracciarmi, tenendomi per il braccio, mi fece sentire due o tre colpi di pantofole sul sedere.
“Faccia tosta!” mi disse “Che avrei dovuto raccontare a tuo padre!?... Che ti avevo perso per la strada?...”, provocando così il sorriso e la comprensione di tutti.

L’arrivo a Rio de Janeiro
All'alba del giorno 10 settembre 1948, raggiungemmo finalmente al porto di Rio. Ansiosi erano ad aspettarci mio padre con altri tre suoi fratelli e familiari. Lascio immaginare gli abbracci, la contentezza, le domande e tutto il resto. Siccome erano le due di mattina, ci portarono a casa, dove tra emozioni e stanchezza il sonno ci vinse.


Il mio primo lavoro
Due mesi dopo l'arrivo in Brasile, con meno di 14 anni e ancora indossando i pantaloni corti, il 03novembro del 1948 iniziai a lavorare in una grande sartoria, consigliato da un amico di mio padre, il sarto Luigi Gazaneo, detto “Centesimo”, che, prima di emigrare a Rio, aveva partecipato con mio padre nel 1936, alla rivoluzione spagnola. In breve tempo, diventai la mascotte della sartoria, non solo per essere un ragazzo comunicativo, ma soprattutto perché diedi prova di impegno e perizia nel lavoro. Questo anche perché, quando ero ancora in Italia, ero stato allievo di un rinomato maestro sarto di Castelluccio che portava da Bologna l’esperienza più avanzata dell’alta cucitura. Siccome quell’attività mi piaceva tanto, avevo imparato tanti segreti del mestiere.
Il 20 gennaio 1949 (conpletava 14 anni) mio padre mi chiamò da parte e mi fece questo discorso: “Figlio mio, ti conosco e so come la professione di sarto ti piace. Il tuo capo fa sempre grandi lodi di te... Ma tu vuoi infilare aghi per tutta la vita?... Vivrai modestamente come noi! Tu non pensi di studiare per un futuro e vivere meglio, sia per te stesso e per la famiglia che un giorno avrai?...”
Risposi sottolineando che mi sarebbe piaciuto diventare ingegnere. Allora lui mi disse: “Se è così, domani ti cercherai una scuola vicino casa per cominciare a studiare di sera, pur continuando a lavorare di giorno".
Il 2 febbraio 1949, cominciai a studiare nel Collegio Cruzeiro do Sul, nei pressi di casa, dove, nel corso dello stesso anno fui in grado di ottenere la convalida delle scuole elementari frequentate in Italia e, nel gennaio 1950, diedi gli esami per poter iscrivermi al Liceo. Essendo stato promosso, mi fu permesso di entrare nelle scuole serali dell’Istituto Rabello, scuola privata costosa, ma, per fortuna, vinsi una borsa di studio per 2 anni. In detto Istituto trovai tre concittadini del mio paese: Giuseppe Taranto, Nicola Cuozzo e Domenico Rocco, che erano arrivati in Brasile due anni prima, i quali mi aiutarono molto in principio, donandomi i loro libri e quaderni, il che fece nascere tra noi una grande amicizia che dura tuttora.

Verso L’università
Promosso agli esami del primo liceo, nel dicembre 1950 fui invitato a lavorare in uno studio di avvocati, con la opportunità di uno stipendio migliore di quello che mi corrispondeva la sartoria e un programma di lavoro di 6 ore.

A dicembre 1956 completai con successo il liceo, ottenendo nel contempo il titolo di BACHAREL EM CIENCIAS E LETRAS, che mi permetteva di fare l’insegnante e dare gli esami di ingresso all’università.
Feci il concorso per l' accesso all’università, Fauldade Nazionale di Architettura (FNA), nel febbraio 1957. Fui tra i 38 che superarono il concorso fra i 500 partecipanti. Nella stessa occasione fui anche ammesso alla Faculdade de Ciências de Rio de Janeiro, ma optai per l'architettura e nel marzo 1957 iniziai a frequentare la facoltà. Questo fu uno dei momenti più felici della mia vita perché, dopo tanto lavorare e studiare, mettevo finalmente i piedi nell’università. Ci volevano 5 anni per conseguire la laurea da architetto, però mi ritrovavo una forza di volontà raddoppiata e una certezza inappellabile di raggiungere l’obiettivo prefisso con la promessa fatta al mio amato padre e a me stesso nel gennaio del 1949.


La nostalgia della terra natale
Per alcuni anni, anche se impegnato negli studi, nel lavoro e nel progresso, soffrivo con i miei per la lontananza della terra natale, che ci mancava. Per addolcire la nostalgia, ascoltavamo per radio i programmi di musiche italiane con Caruso, Beniamino Gigli, Carlo Buti,Tito Schipa e altri ancora. Ricordo che per poter assistere alla Temporata di Opera al Teatro Municipale di Rio de Janeiro, mi iscrissi come comparsa in scene dell'Opera stessa, cosa che, oltre a farmi guadagnare qualche soldo in più, mi offrì l’opportunità di vedere tutti gli spettacoli e conoscere grandi tenori e soprane; questo, mi faceve sognare di un giorno poter anch’io cantare in scena.

La prima fidanzata
Fino ai 18 anni dedicai tutto il mio tempo agli studi e al lavoro. Non ebbi nessuna fidanzata costante, soltanto alcuni passeggeri flirt in occasione di feste e balli, che si tenevano nelle case degli amici.
Era il giorno 5 aprile 1953 quando, partecipando alla processione del Venerdì Santo della mia parrocchia, mi colpì una giovane quindicenne che sfilava tra le "figlie di Maria". I nostri sguardi s’incontrarono. Un sorriso angelico velò il suo viso e accese all’istante qualcosa nel mio cuore, che mi fece capire che quella poteva essere la ragazza dei miei sogni. Non la persi più di vista. Cresceva e diventava sempre più bella e affascinante. Divenne il mio unico e grande amore della vita e questo amore si trasformò in uno dei più forti fattori di stimolo per la mia crescita in ogni senso. In quel tempo di studio e lavoro, grazie a lei, tutto mi sorrideva.


Il terzo lavoro
Il mio terzo lavoro inizierà solo il 2 gennaio 1959 presso una società di costruzioni edile, con un portafoglio da disegnatore, stipendio ragionevole e un programma speciale di lavoro che si svolgeva dalle 14 alle 20, compatibile con l’università. Questo lavoro provvidenziale mi fu procurato da un cliente dello studio legale dove lavoravo prima, SR BORIS BERGHER, che mi voleva molto bene. Detta società di costruzioni era gestita da suo genero. Mi fu raccomandato da lui, di continuare a essere impegnato e attento, perché quello era un posto molto importante per il mio background tecnico.

Il giorno che mi impegnai a sposarmi
Con un lavoro fisso e le altre attività menzionate in corso, la mia vita finanziaria si stabilizzava. Nei miei studi tutto procedeva bene. Il mio rapporto con Leila, la donna del cuore, era al sesto anno compiuto. Vivevo un amore splendido e spensierato. Tuttavia, i genitori di lei cominciarono a fare pressione perché la sposassi. Temevano che dopo laureato io avrei potuto rinunciare alla figlia. Questa loro insistenza mi tormentava molto e decisi di parlarne con i miei genitori, che si opposero decisi al matrimonio prima di completare l'università. Mio padre mi diede ancora una volta un saggio consiglio dicendomi: “Figlio mio, è giusto la preoccupazione dei genitori di Leila, anche se sanno che sei una persona d'onore. Però, tu in sei anni di fidanzamento non hai mai formalizzato una richiesta di matrimonio, e adesso ti sposeresti per necessità?!... Facciamo una cosa: approfittiamo del tuo compleanno per invitarli a pranzo qui, a casa. Intanto, acquistiamo due anelli e, davanti a tutti, farai la sorpresa, chiedendo la mano della figlia, assicurando loro che la sposerai dopo esserti laureato”. E cosi fu fatto. Il 20 gennaio 1959, per la gioia di tutti, io e Leila ci fidanzammo.
La mia vita all'università procedeva senza difficoltà. Nel lavoro non mancarono altri progressi, benché esercitassi per un certo tempo informalmente funzioni di supporto tecnico, senza ricevere lo stipendio adeguato. A certo momento mi decisi a chiedere l’aumento di stipendio e il record corrispondente nel portafoglio, che mi fu riconosciuto in data 01/07/1961, con la promessa che, appena laureato, avrei goduto dello stipendio da ingegnere. Stante questa situazione di sicurezza, potei prendere la decisione di fissare la data di nozze per il 20 gennaio di 1962, quando completavo i 27anni.

La laurea
Il 21 dicembre 1961, mi prendevo la laurea in architettura, realizzai il grande sogno della mia vita, un sogno in cui mai avevo smesso di credere. Grandi furono le soddisfazione e l'orgoglio dei miei genitori, di parenti e amici, che per un mese si avvicendarono a invitarmi a casa di ciascuno per festeggiarmi con pranzi e cene.


Il Matrimonio
Dopo 9 anni di fidanzamentoe, prendendomi la laura di architetto, arrivò anche il matrimonio. Le usanze del tempo in una famiglia rispettabile esigevano che una donna dovesse arrivare vergine al matrimonio. Accadde pure per la mia sposa, anche se, a dire il vero, durante il fidanzamento, avessi fatto alcuni tentativi di anticipare i tempi, cosa che lei con dolce eleganza aveva sempre evitato. Il 20 gennaio 1962, giorno del mio compleanno, avvenne la cerimonia dello sposalizio nella chiesa di N.S. da Conceição da Tijuca, e i festeggiamenti si fecero in casa dei genitori della mia sposa. Pioveva, ma tutto si svolse meravigliosamente, sempre coinvolti da grande emozione anche a causa della lunga attesa di 9 anni. Siccome le risorse finanziarie non erano molte, per cui provvisoriamente ci rifugiammo nell'appartamento che avevo affittato da scapolo, dove finalmente potemmo consumare la nostra prima grande notte d'amore. Il giorno successivo, di buon mattino, in autobus ci siamo diretti a Santos, città balneare, per trascorrere in tutta felicità la nostra sospirata luna di miele, offertaci in premio dalla società dove lavoravo.


Vita coniugale
Iniziò così una nuova fase della mia vita: sposato, laureato e con la responsabilità di sostenere la casa e formare una nuova famiglia.
L'azienda però non rispettò la promessa di aumentare il mio stipendio e non tenne conto dei diritti contrattuali che mi derivavano dalla mia nuova posizione di architetto. La cosa mi causò non poche difficoltà e amarezze. I miei genitori, indignati per questo voltafaccia della ditta proprio quando mia moglie aspettava un figlio, mi consigliarono di dimettermi immediatamente. C’era da preservare a ogni costo la nostra dignità conquistata con un sacco di sacrifici, e per questo i genitori mi avrebbero dato sostegno illimitato fino a che non avessi trovato un nuovo lavoro.



Il ritorno in Italia
Nel luglio del 1970, il Governo dello Stato, avendo bisogno di accelerare la produzione di abitazioni popolari, mi inviò con altri due architetti a fare uno stage in Francia per studiare i prefabbricati adottati in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Completato lo stage con i risultati desiderati, giacché mi trovavo in Europa, colsi l'occasione per esaudire il grande desiderio di tornare in Italia e visitare i miei parenti nel mio paese natale, Castelluccio Inferiore, da dove mancavo da 22 anni, essendo emigrato, come prima ho detto, in Brasile nel ’48.
Fu molto emozionante ricongiungermi alle mie radici.
Da Napoli, dove ero arrivato con l’aereo, dovetti prendere un treno notturno per Potenza, città capoluogo di provincia, che dista da Castelluccio circa 150 chilometri. La mattina, era domenica, noleggiai una macchina e arrivai al mio paese natale verso le 11:30. Mettere i piedi nel paesello sempre tanto amato e desiderato, rivedere tanti compagni, amici e, finalmente, la mia nonna Francesca e tutti gli altri familiari, mi procurò un sacco di emozioni, e in proposito ci sarebbe materia per scrivere un libro.
L’essere ritornato al paese fu come una rigenerazione. Recuperai energie che, rientrato in Brasile, mi fecero ritornare la volontà di vivere, di combattere e continuare a costruire. Il bagaglio di esperienze e di dati acquisiti sul sistema di prefabbricazione in una Europa risorta e in forte sviluppo ci permisero di adottare anche in Brasile alcuni sistemi, che poi mi fecero aquistare molta notorietà professionale. Per soddisfare le domande per nuovi progetti, fui costretto, nel 1971, ad aprire, assieme a due altri architetti, un ufficio di architettura e urbanistica. Il successo consentì, a me personalmente, di realizzare un’altra grande aspirazione, l’acquisto di una bella casa, situata nello stesso quartiere dove sempre ho vissuto, casa con abbondanza di spazio per vivere e crescere bene i figli.
La riconquistata serenità e l’armonia che regnava con mia moglie, ci fece programmare il quarto figlio, che nacque il 21 febbraio del ’72 , ma che perdemmo 18 giorni dopo. Ancora una volta, dovemmo inghiottire un boccone amaro. Che fare? Stringemmo i denti e, con l’aiuto di Dio, ci prendemmo per mano e proseguimmo.

Il retiro in pensione
Nel 2008 dopo aver sofferto un intervento con protese nel ginocchio, che mi obligò a rimanere a casa per lunghi 4 mesi, potei riflettere sui 60 anni continui di lavoro, che mi fece prendere la decisione di mettermi in pensione definitiva, allo stesso tempo che decisi di creare un’ufficio a casa mia dove ptrebbe continuare a fare progetti di architettura .
Adesso compiuti i miei 80 anni, sposato per la terza volta, vivo molto felice, con la mia moglie, spessamente facciamo viaggi, quando mi conviene faccio proggetti di architettura, scrivo anche le mie memorie, alcune cronache e poesie, godendomi la compagnia e l’affetto di due figli meravigliosi e di un bel nipotino che conosce tutto delle mie radici e del luogo di origine. Personalmente, mi considero quel che si dice un brav’uomo in buona salute, che ama nuotare, e con alcuni sogni ancora da realizzare.
 
In calcio a questa rassegna di memorie, che affido ai miei figli e a mio nipote, torno a ricordare quel che in sintesi fu il monito di mio padre all’inizio della nostra vita in America: Uniti, con amore alla famiglia e l’impegno nell’onesto lavoro, vinceremo, perché il Brasile è il nostro futuro.
Il Brasile, con la sua gente meravigliosa e accogliente, è il mio grande amore da 66 anni, amore che coltivo insieme all’orgoglio che nutro per l’ Italia, mia terra natia, culla di musica, arte e cultura.
 

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